Traduttore, interprete, mediatore linguistico o…altro?

Di Il Team di Ablio

Traduttore, interprete, mediatore linguistico o…altro?

Quali sono i termini corretti per indicare i diversi ruoli, funzioni e mansioni di un operatore di servizi linguistici?

Nel parlare comune, il termine “traduttore” viene inteso ed utilizzato per indicare genericamente una qualsiasi applicazione delle competenze in ambito linguistico: ne più ne meno come in ambito medico si suole indicare genericamente con il termine “dottore” un professionista che opera in ambito medico. La questione assume invece caratteristiche diverse quando il termine che si utilizza debba indicare precisi titoli o competenze, come ad esempio titoli o certificati di studio o essere utilizzato all’interno di offerte di lavoro, capitolati di gara o altri documenti ufficiali. Mentre tutto questo è chiaro e condiviso nella maggior parte delle professioni conosciute, non lo è altrettanto per chi opera nel campo dei servizi linguistici, a partire dai titoli di studio e le qualifiche professionali.

Come per qualsiasi altra sua richiesta di fornitura di beni, prestazioni o servizi, la pubblica amministrazione ha l’obbligo di selezionare il proprio fornitore a seguito di opportune gare d’appalto o precise procedure di selezione. Nel caso di richieste di servizi linguistici la mancanza di chiarezza fin dall’utilizzo di una appropriata terminologia genera procedure d’appalto confuse, con criteri di aggiudicazione opachi che si traducono in una mancata valutazione delle qualità dei possibili fornitori, con conseguenti servizi approssimativi e sprechi di denaro pubblico.

Da una analisi compiuta sui capitolati, bandi di gara, disposizioni e norme attuative emanate dalle pubblica amministrazione italiane negli ultimi anni, le figure professionali coinvolte in servizi linguistici vengono definite con diversi termini, in molti casi usati in forma generica o intercambiabile mentre in effetti presuppongono competenze ed utilizzi diversi, oppure dal significato identico ma utilizzati in contrapposizione tra loro, oppure qualificate con compiti o descrizioni diverse rispetto alle accezioni comuni o accademiche degli stessi termini.

Esempi di termini utilizzati, estrapolati da una analisi comparativa di questi materiali:

traduttore, traduttore simultaneo, interprete, interprete sociale, interprete simultaneo, interprete di trattativa, mediatore linguistico, mediatore linguistico culturale, mediatore interculturale, facilitatore della comunicazione, tecnico della mediazione linguistica per immigrati, mediatore linguistico culturale, mediatore interculturale, mediatore culturale, mediatore sociale, operatore interculturale.

Mentre tutti questi termini sono riferibili a professionisti che lavorano come “ponti” di comunicazione tra persone che parlano lingue diverse fra loro, è importante fare chiarezza sui termini da utilizzare, sul loro significato, le relative competenze ed i compiti assegnabili, in quanto ciò comporta numerose e differenti implicazioni pratiche.

In questo documento vogliamo quindi cercare di definire un possibile quadro di riferimento, che possa servire come base per la definizione di un modello di termini e descrizioni comunemente riconosciuti ed accettati, per il bene di tutti gli stakeholder dell’intero comparto dei servizi linguistici. Non mancano aspetti controversi, che verranno analizzati e discussi in maggior dettaglio in altri specifici documenti

Traduttore

Traduzione è il termine generico usato per indicare l’attività di riformulare il significato di un testo (“di origine” o “di partenza”) in un nuovo testo, equivalente a quello di origine, in un’altra lingua (lingua “di destinazione” o “di arrivo”) (Wikipedia).

Il traduttore è pertanto colui che cerca di portare il testo dalla lingua di origine alla lingua di destinazione in maniera tale da mantenere il più possibile inalterato il significato e lo stile del testo, ricorrendo, se e quando necessario, anche a processi di adattamento (Wikipedia).

Usato in forma generica, con il termine “traduzione” si suole indicare generalmente la traduzione di un testo scritto.

Questo termine non è ovviamente sufficiente per qualificare la capacità di una persona per svolgere un determinato servizio di traduzione scritta e deve essere accompagnato da ulteriori specifiche:

  • la combinazione di lingue ed in che verso debba avvenire la traduzione. Un traduttore può infatti essere esperto e capace di tradurre dall’inglese in italiano, ma non viceversa con la stessa qualità e precisione.
  • l’argomento della traduzione.  Ogni materia specifica richiede la conoscenza di specifiche terminologie ed un traduttore professionista tende a specializzarsi in determinate materie ed argomenti.
  • eventuali elementi aggiuntivi, come ad esempio la semplice revisione di un testo già tradotto (proofreading), la sottotitolazione, la composizione e formattazione della traduzione in formati specifici, in quanto possono richiedere ulteriori competenze o comportare variazioni nella valutazione del lavoro da compiere.

Il termine TRADUTTORE o TRADUZIONE dovrebbe essere utilizzato solamente per indicare l’attività di traduzione di testi scritti, accompagnato come minimo dalla combinazione linguistica, del verso della traduzione e relativo argomento.

 

Interprete

Un interprete, inteso come conoscitore di una lingua straniera, è una persona che, a differenza di un traduttore, traduce oralmente (o tramite segni nel caso delle lingue dei segni) da una lingua di partenza verso una lingua d’arrivo (Wikipedia). L’interpretariato è quindi una forma di traduzione svolta oralmente in maniera contemporanea o consecutiva alla produzione del testo sorgente e può essere declinato in diverse modalità:

  • Interpretariato “in simultanea” o “di conferenza”

L’interprete traduce oralmente in maniera simultanea il discorso di un oratore. È la forma tipicamente utilizzata in contesti dove l’oratore si rivolge ad una platea di ascoltatori. La traduzione è unidirezionale. Un apposito “impianto di traduzione simultanea” consente all’interprete posto all’interno di una cabina dotata di una apposita console di ascoltare l’oratore attraverso delle cuffie e fornire l’interpretazione che viene trasmessa mediante un microfono agli ascoltatori, anch’essi muniti di apposite cuffie.

  • chuchotage (dal francese “chuchoter”, cioè “sussurrare”) o “interpretazione sussurrata” è una variante dell’interpretazione simultanea. L’interprete traduce il discorso in maniera simultanea al proprio singolo ascoltatore, posizionandosi al suo fianco “sussurrando” la traduzione solo per lui. A differenza della simultanea, questo tipo di interpretazione non necessita di alcuna apparecchiatura tecnologica.
  • Interpretariato “di trattativa”. Con tale termine viene intesa la forma di interpretariato che avviene nel dialogo o conversazione tra due parti che non parlano la stessa lingua, come descritto da Elena Errico (Università di Modena, press):

L’interpretazione cosiddetta “di trattativa” comprende le modalità di traduzione orale richieste nei contesti commerciali e presso i servizi pubblici (interpretazione legale, medica, etc.). I tratti distintivi della modalità di trattativa sono la bidirezionalità dal punto di vista traduttivo ed il suo carattere dialogico dal punto di vista comunicativo. Da questi due criteri derivano tutte le altre caratteristiche della modalità in questione, quali la costruzione progressiva e negoziata del senso fra tutti i partecipanti, l’estemporaneità e l’imprevedibilità della situazione e un peso specifico notevole della componente interpersonale nella valutazione della qualità della prestazione dell’interprete.

Il servizio dell’interprete può essere erogato “in presenza”, in cui l’interprete è fisicamente presente sul luogo dell’incontro dei richiedenti, o “da remoto”, in cui è invece connesso ai richiedenti tramite telefono o altri strumenti di telecomunicazione, altresì comunemente denominato come “interpretariato telefonico”.

Su Wikipedia è riportata una descrizione più approfondita del termine “interpretariato”.

Ciascuna di queste modalità richiede competenze e qualifiche differenti. Un interprete può infatti essere preparato ad operare in maniera simultanea, ma non in consecutiva (come richiesto dalla modalità “di trattativa”) e viceversa. Anche in questo caso occorre quindi specificarne la tipologia, la combinazione linguistica e l’eventuale verso, la materia ed il contesto.

Il termine TRADUTTORE SIMULTANEO ha uguale significato di INTERPRETE SIMULTANEO: per non generare inutili confusioni non dovrebbe essere utilizzato.

I termini INTERPRETE DI COMUNITA’, INTERPRETE SOCIALE hanno eguale significato di INTERPRETE DI TRATTATIVA. Anche in questo caso se ne dovrebbe quindi sconsigliare l’utilizzo.

INTERPRETARIATO DI TRATTATIVA dovrebbe essere la forma più corretta per identificare l’interpretazione utilizzata all’interno di servizi pubblici, come ad esempio il colloquio medico-paziente o la conversazione operatore-cittadino, seguita dalla scelta tra IN PRESENZA o TELEFONICO.

 

Triage

Triage, o triage telefonico, viene da alcuni utilizzato in ambito linguistico per indicare la forma di interpretariato “di trattativa” sopra descritta, svolta con l’interprete “in presenza” o remoto (connesso via telefono).

In ambito medico il termine TRIAGE ha un altro significato che presuppone ruoli e funzioni completamente diverse: è infatti il sistema utilizzato per selezionare i soggetti coinvolti in infortuni secondo classi di urgenza/emergenza crescenti, in base alla gravità delle lesioni riportate e del loro quadro clinico (Wikipedia), parte dei protocolli comunemente applicati nel Pronto Soccorso di un ospedale. 

Dato che questa forma di interpretariato è la forma tipicamente utilizzata in ambito medico ed ospedaliero, il suo utilizzo in un contesto linguistico dovrebbe essere bandito al fine di evitare equivoci e confusioni.

 

Mediatore linguistico

Nella rappresentazione contemporanea della figura traduttiva, sostenuta anche da organi istituzionali con la creazione di cattedre universitarie apposite, è stata introdotta la codifica di mediatore linguistico. (Wikipedia).

Tale differenziazione nasce da una diversa valutazione dell’etimologia delle due diverse parole: per alcuni, infatti “traduttore” determina un pensiero vicino alla matematica trasposizione di due testi, una traslazione scientifica e precisa di un complesso sintattico ad un altro, senza perdita di senso o di strutture semantiche, mentre il concetto di “mediazione” dovrebbe chiarirne meglio il ruolo di trasferimento e resa nel contesto cognitivo della controparte. Ciò in realtà è stato più volte smentito e valutato come poco realistico, in quanto il processo traduttivo non può essere reso come un semplice input – output: al contrario la mediazione è la via che l’uomo ha sempre percorso fin dalla nascita dei linguaggi, implicitamente inclusa nel trasporto ed adeguamento di un messaggio da un contesto ad un altro, da un codice all’altro, da un paradigma all’altro (vedi schemi linguistici di Roman Jakobson e successori).

Analizzando tutti gli Standard Operativi definiti delle principali associazioni di categoria degli interpreti e traduttori (IMIA, AITI, ATA, AICC, etc.) è possibile riscontrare come tutte le forme considerate di differenziazione rispetto al concetto di mediatore linguistico siano invece contemplate e considerate essenziali nello svolgimento del proprio ruolo, come ad esempio:

L’interprete ha la responsabilità di identificare le situazioni in cui i concetti non condivisi culturalmente possono creare ostacoli alla comprensione o pregiudicare l’equivalenza del messaggio. In tali situazioni il ruolo dell’interprete non è quello di “dare la risposta”, ma piuttosto di aiutare sia l’operatore che il paziente ad esplorare l’interfaccia interculturale da cui scaturisce il problema comunicativo  (Standards IMIA).

The interpreter favors meaning-based interpretation over word-for-word interpretation. Without sacrificing accuracy or completeness, the interpreter refrains from providing interpretation on a word-by-word basis, since this often prohibits understanding and communication because of differences in phrases and grammatical structure between languages.

The interpreter intervenes when necessary to clarify cultural issues. If the interpreter is made aware that communication is prohibited because of cultural misunderstandings or differences, the interpreter provides a limited clarification that will permit understanding of the specific issue at hand within a cultural framework.

The interpreter intervenes when necessary to clarify linguistic misunderstandings. If the interpreter perceives that a certain linguistic aspect of the interpretation (such as a specific word or phrase) has been misunderstood, he/she intervenes to clarify the issue.

The interpreter exercises good judgment when unusual situations arise. When an interpreter encounters a situation for which no standard would directly apply, the interpreter uses his/her best judgment to come up with the best solution for all parties (Standards ATA, AICC, etc.).

L’utilizzo dei termini traduttore/interprete piuttosto che mediatore linguistico ha implicazioni importanti in quanto influenza la definizione e normalizzazione di molteplici attività, tra cui i corsi universitari e specialistici di lingue, le certificazioni ed i diplomi, le modalità di ricerca del personale o i capitolati di gara. Su tale fronte il dibattito continua anche se circoscritto agli ambienti italiani e spagnoli, in quanto in altri paesi soprattutto anglofoni tale contrapposizione non esiste.

Pur essendo un dibattito tuttora aperto, soprattutto in ambito accademico, confrontando la documentazione disponibile sull’argomento e constatandone l’applicazione nei diversi contesti lavorativi, è possibile quindi affermare che nella accezione più comune e riconosciuta il termine MEDIATORE LINGUISTICO usato in senso generale può essere considerato sinonimo ed intercambiabile del termine INTERPRETE.

Mancando tuttavia precisi e condivisi standard di riferimento, sarebbe sicuramente preferibile utilizzare esclusivamente il termine INTERPRETE.

 

 

Mediatore linguistico-culturale

Quanto appena descritto cambia significato quando accanto al termine “mediatore linguistico” si aggiunge o sovrappone il termine “culturale”.

La mediazione linguistica culturale viene solitamente intesa e definita come un ponte di comunicazione tra due parti, come descritto da Agnieszka Mejnartowicz (Mejnartowicz, «Mediación lingüístca y cultural en los Servicios Personales», in Actas del III Congreso Internacional de la Asociación Ibérica de Estudios de Traducción e Interpretación, 2008):

un processo utilizzato in situazioni in cui vi sono parti in conflitto o dove, per varie ragioni, manca o è difficile stabilire un dialogo fluido tra loro. La mediazione parte dal presupposto che le persone coinvolte abbiano o debbano trovare le risorse adeguate per arrivare alla definizione di soluzioni ottimali per entrambe. Il mediatore non è pertanto responsabile dell’accordo finale definito tra le parti interessate: la sua responsabilità è relativa al processo di mediazione che consiste innanzitutto nel preparare le parti affinché si aprano e possano comunicare la propria visione della situazione in un ambiente di reciproca fiducia e rispetto, in secondo luogo, utilizzando tecniche di negoziazione, guidare le parti interessate nella ricerca di interessi comuni e soluzioni reciprocamente condivise.

La comunicación intercultural es el punto de partida de la traducción, interpretación y mediación. En este tipo de actos comunicativos, sus participantes (emisor y receptor) utilizan lenguas (códigos) diferentes, lo que hace necesario un tercer participante en la comunicación (el traductor o intérprete). A menudo, no tan sólo son diferentes los códigos, sino también sus contextos culturales, lo que hace necesario que el tercer participante, además de conocer las lenguas que forman parte en la comunicación, conozca y entienda las culturas de los participantes: el mediador intercultural.

Wikipedia definisce il mediatore culturale come:

 un agente bilingue che media tra partecipanti monolingue ad una conversazione appartenenti a due comunità linguistiche differenti. Il suo compito è quello di facilitare la comprensione. È informato su entrambe le culture, sia quella dei nativi sia quella del ricercatore anche se è più vicino ad una delle due.

Il mediatore è identificato dall’osservatore, e lo aiuta nella ricerca, o facendo parte del gruppo di interesse o intrattenendo relazioni con i membri della società in esame. Nel suo aiuto al ricercatore, egli ha un ruolo molto delicato, quello di rassicurare sulle intenzioni dell’osservatore quando lo presenterà ai guardiani, cioè coloro che proteggono il gruppo da occhi indiscreti e che giustamente vogliono informazioni sul suo scopo.

L’importanza del ruolo del mediatore implica una scelta accurata e non frettolosa della persona che lo interpreterà, anche perché il buon esito della ricerca è anche nelle sue mani.

Dal punto di vista dell’intervento sociale quella del mediatore culturale è una figura professionale che ha il compito di facilitare l’inserimento dei cittadini stranieri nel contesto sociale del paese di accoglienza, esercitando la funzione di tramite tra i bisogni dei migranti e le risposte offerte dai servizi pubblici.

La definizione di mediatore interculturale, ripresa ancora da Demetrio, può allora così riassumersi: “per mediatore interculturale intendiamo l’insegnante che, con consapevolezza, si interroga e si attrezza per favorire non tanto la transizione da una cultura all’altra quanto la sintesi – dove è possibile – tra culture, allo scopo di creare momenti pedagogici capaci di andare oltre le reciproche differenze”.

Questo è quanto descrive un corso di Laurea in Mediazione Linguistica ed Interculturale dell’Università di Roma:

In un contesto sociale sempre più evoluto e complesso, nasce il Mediatore Linguistico e Interculturale, una figura professionale capace di mediare non solo tra le diverse lingue ma anche tra le diverse culture, capace di proporsi come interlocutore privilegiato per organizzazioni governative e non, italiane ed internazionali.

Il Mediatore Linguistico e Interculturale, si distingue sia dal traduttore, perché non tratta solo la traduzione del testo scritto, pur contemplandola nella propria attività, sia dall’interprete, perché non si limita a favorire la comprensione linguistica, ma si pone come figura intermedia che favorisce lo scambio e la cooperazione fra le culture interessate.

II Mediatore Linguistico e Interculturale è una figura professionale con solide competenze linguistico-pragmatiche e un’articolata visione della civiltà contemporanea, in grado di cogliere nei loro esatti valori sociali e politici i contatti interetnici e interculturali negli scambi istituzionali e commerciali con l’estero, che ai nostri giorni si intensificano sempre più, obbligandoci al confronto con realtà talvolta drammatiche, sempre poco note.

Dall’analisi delle definizioni formulate da diversi soggetti, in verità di qualità eterogenea e in diversi casi in contrasto tra loro, abbiamo comunque provato a definirne un insieme di funzioni che possono essere considerate un denominatore comune di quanto in essere:

  • l’interpretariato linguistico culturale, inteso come capacità di decodificare i codici culturali dei due partners della relazione, codici che sottostanno al linguaggio verbale e non, ovvero l’intero universo di sensazioni, esperienze, valori, modelli di organizzazione sociale.
  • l’informazione sui diritti e doveri, per favorire la conoscenza e l’uso appropriato dei servizi, nell’intento di consentire un accesso a pari condizioni. È importante spiegare agli utenti il funzionamento,
  • le norme e i regolamenti dei servizi, illustrare le norme giuridiche e penali, i diritti tutelati, i doveri e le sanzioni formalizzate dalla legge;
  • l’informazione agli operatori e ai nativi sulle logiche, i codici, le abitudini e le norme a cui l’utente fa riferimento.  Gli immigrati sono portatori di norme pratiche e giuridiche, di modelli di organizzazione sociale e familiare spesso totalmente differenti da quelle del paese di accoglienza.
  • l’accompagnamento degli utenti nella mediazione con le diverse istituzioni e nel confronto con gli usi e costumi italiani: orientare, per esempio, sull’igiene, la salute, l’allevamento e l’alimentazione dei bambini. Alla persona immigrata vengono quotidianamente a mancare la rete dei rapporti, il supporto di esperienze e pratiche del proprio mondo familiare, le materie prime, i prodotti con cui era abituato ad alimentarsi, curarsi: l’intervento del mediatore può stimolare e sviluppare l’autonomia della persona immigrata;
  • il sostegno all’inserimento e ai processi d’integrazione della popolazione immigrata. Questa funzione sostiene l’uscita dall’isolamento e l’acquisizione di strumenti di base per l’inserimento (alfabetizzazione, apprendimento della lingua), la creazione di reti informali e spesso di servizi di prossimità, la riduzione delle tensioni e dei conflitti intra ed extra-familiari, facilitando la comprensione dei problemi e la ricerca di nuove strade.

Le competenze del mediatore non sono quindi relative solo agli aspetti linguistici, bensì coinvolgono molteplici ambiti diversi come la psicologia, la sociologia, la capacità di ascolto, doti personali come l’empatia, la capacità di riconoscere e valorizzare le differenze al pari delle similitudini e molto altro ancora. Tutto questo pone nuovi quesiti ed apre il campo a notevoli implicazioni sui diversi fronti della formazione e qualificazione dei mediatori, le relative modalità e regole per il loro recruiting e valutazione, nonché confusione sui relativi campi di applicazione.

Come afferma il professor Lorenzo Blini dell’Università LUSPIO di Roma I (Blini, La mediacion linguistica en Italia y Espana, Entreculturas N°1, 2009),

I concetti e le espressioni mediazione linguistica e mediazione linguistico-culturale si sono diffusi nell’ultimo decennio in alcuni paesi europei, in particolare nei settori accademici di Spagna e Italia, dove tale uso è caratterizzato da un elevato livello di imprecisione lessicale e confusione interpretativa, che porta a diversi inconvenienti. Questi termini tendono infatti a sovrapporsi, almeno parzialmente, e vengono spesso confusi con la mediazione culturale, che invece è una pratica radicata, con una tradizione riconosciuta, che rappresenta l’attività di diverse figure professionali come assistenti sociali, psicologi e mediatori propriamente detti

Un chiaro effetto della differenza ed un esempio della confusione tra le due espressioni è l’esistenza della variante linguistica e mediazione culturale, sempre più utilizzate in molte facoltà universitarie e nel campo linguistico e filologico. Perché aggiungere l’aggettivo “culturale” alla mediazione linguistica? È quasi un riflesso involontario: la presenza della parola “mediazione” sembra renderne la designazione più riconoscibile, facilitandone l’accettazione e la diffusione, ma non ne chiarisce il suo significato. Ciò è confermato dal fatto che la stessa espressione ha iniziato a diffondersi nell’ambito dei servizi sociali, in particolare negli ambienti burocratici, ma in questo caso come sinonimo di mediazione culturale.

D’altra parte, sociologi, psicologi e professionisti della mediazione culturale spesso ignorano la presenza dell’aggettivo “linguistica” o addirittura la respingono, perché per loro la dimensione della lingua è considerata uno strumento per l’attività di destinazione, vale a dire la mediazione finalizzata alla multiculturalità.

Come afferma Morniroli, (Metodologie e Strumenti di mediazione linguistico culturale, press):

anche se spesso il ruolo del mediatore è confuso con quello del traduttore, bisogna asserire con forza che la responsabilità del mediatore non è quella di tradurre, bensì quella di favorire la comunicazione, all’interno di un processo in cui la lingua è una componente, fondamentale ma non sufficiente. Infatti, la MLC (mediazione linguistico culturale) è una mediazione tra culture realizzata a partire dal linguaggio ma che non si esaurisce mai solo in esso.

Occorre inoltre segnalare come il termine “mediatore linguistico culturale” e “mediatore linguistico” (con relativi ruoli e funzioni) è utilizzato solamente in Italia e Spagna ed assente in altri contesti linguistici e/o geografici.

I termini MEDIATORE LINGUISTICO CULTURALE e MEDIATORE CULTURALE hanno significati e presuppongono ruoli e funzioni diverse rispetto a quelle di INTERPRETE e TRADUTTORE con le relative declinazioni e varianti.

È quindi importante riconoscerne le caratteristiche ed utilizzarli appropriatamente, evitando di confonderli tra loro.

MEDIATORE INTERCULTURALE, OPERATORE INTERCULTURALE, MEDIATORE SOCIALE indicano ruoli e funzioni simili a quanto descritto per il termine Mediatore linguistico culturale ma con un apporto minore o nullo di compiti prettamente linguistici. Tali differenti gradienti di utilizzo linguistico vengono meglio specificati all’interno delle singole relative descrizioni di ruolo piuttosto che tramite l’invenzione di nuove terminologie come queste.

Anche FACILITATORE DELLA COMUNICAZIONE, TECNICO DELLA COMUNICAZIONE LINGUISTICA ed altri termini similari sono sinonimi del termine Mediatore linguistico culturale. Se ne sconsiglia l’utilizzo in quanto meno chiari ed utilizzati, evitando di generare confusioni o dubbi inutili.

 

 

In sintesi

All’interno di documenti amministrativi pubblici (tra cui regolamenti interni, capitolati e bandi di gara, descrizione delle competenze, etc.) si propone di utilizzare i seguenti termini, con i relativi significati.

  • Traduttore. Esegue traduzioni scritte.
  • Interprete. Esegue una traduzione orale nel contesto di una conversazione tra due parti, rendendo l’interpretazione in forma bidirezionale consecutiva.
  • Mediatore linguistico. È sinonimo del termine Interprete. Essendo diventato di uso comune, può essere utilizzato in alternativa a tale termine, anche se sarebbe opportuno arrivare ad una definizione unica per tale mansione
  • Mediatore linguistico culturale. Affianca o include nel processo di traduzione orale dell’interprete le funzioni di mediazione culturale nelle situazioni in cui vi sono parti in conflitto o dove, per varie ragioni, manca o è difficile stabilire un dialogo fluido tra loro.

A tali categorie debbono essere associati i termini caratterizzanti le mansioni richieste, come descritto in precedenza. Evitare di utilizzare sinonimi, varianti o termini che possono avere significati diversi.

 

Le questioni aperte

Non dando nomi precisi e comunemente condivisi a ruoli e funzioni nel settore dei servizi linguistici, committenti e fornitori non sono in grado di intendersi con chiarezza ed obbiettività. Questo tema, in apparenza di semplice trattazione, nasconde invece dentro di sé tante questioni aperte, qui appena accennate o volutamente tralasciate per mancanza di spazio, ma che meritano di essere considerate e risolte, come ad esempio:

  • Criteri di valutazione e misurazione del servizio. Servizi ed attività dovrebbero essere svolti e misurati secondo precisi standard operativi comunemente riconosciuti e presi come riferimento. Mentre questo è parzialmente attuato nel settore delle traduzioni scritte, mancano negli altri, in particolare nell’interpretariato di trattativa e telefonico, nella mediazione linguistica culturale.
  • Criteri di validazione delle professionalità e competenze. Quanto e come vale una laurea in Mediazione Linguistica, l’attestazione di un istituto linguistico o l’iscrizione ad una associazione di categoria? Devono esistere titoli o albi, certificazioni o altro, che possano attestare la validità e competenza dell’operatore nello svolgimento delle proprie mansioni.
  • Tariffe di riferimento. Quali sono i prezzi di riferimento? Non esistono prezziari riconosciuti. Non è possibile che un Tribunale paghi un interprete 8,5 € lordi l’ora, o che il prezziario MEPA preveda solo prezzi a forfait, senza unità di misura!

Esistono poi forti criticità nell’intero processo seguito dalle amministrazioni pubbliche relativo ai loro approvvigionamenti, in cui si procede per emergenze, senza un chiaro quadro normativo e metodologico ed una conoscenza di come tali servizi funzionano.

Ad esempio, l’utilizzo dei mediatori linguistici culturali.

Il quadro sopra descritto delinea e presuppone una figura “ideale” di mediatore, dotato delle seguenti competenze:

  • conoscenza della lingua italiana e di destino della conversazione – per poter tradurre le conversazioni tra le parti
  • conoscenza della cultura, usi e costumi italiani e del paese di destino – per poter fare da “ponte culturale” tra le parti
  • conoscenza del sistema normativo, istituzionale, operativo del contesto in cui si trova a dover operare (scolastico, ospedaliero, carcerario, di accoglienza, etc.) – per poter accompagnare, istruire, informare la parte
  • competenze in psicologia, sociologia, counseling, etc. nonché doti interpersonali di ascolto, empatia, etc. – per poter adeguatamente gestire le situazioni di conflitto, di individuazione dei bisogni, di inserimento, etc.

Quanto tale descrizione corrisponde alle figure “reali” attualmente coinvolte nelle mansioni di cui sopra?

La figura del mediatore è stata finora promossa dalle ONG e dalle associazioni (laiche e cattoliche) che offrono assistenza agli immigrati: si tratta nella quasi totalità dei casi di migranti residenti in Italia che hanno pertanto sviluppato una certa familiarità con la lingua italiana e con le relative norme ed istituzioni.

Hanno le competenze appena descritte? No.

Malgrado alcune lodevoli iniziative volte a definire percorsi formativi per tali figure, è obbiettivamente difficile, se non praticamente irrealizzabile, costituire un adeguato processo formativo e valutativo per tale tipologia di profilo, dato l’insieme di competenze ed esperienze pluridisciplinari coinvolte.

Inoltre, l’amministrazione utilizza tali mediatori come risorse esterne, contrattate tramite contratti di agenzia con le diverse ONG o cooperative sociali. Il mediatore è pertanto coinvolto per il singolo intervento: può pertanto essere diverso di volta in volta. La sua agenzia presta i suoi servizi a molteplici amministrazioni: l’interprete non è quindi in grado di avere una reale conoscenza dei diversi e differenti contesti operativi e relativi sistemi normativi ed istituzionali.

Le esigenze a cui oggi tali figure sono chiamate a rispondere dovrebbero essere affrontate in altro modo:

  • distinguere le funzioni. Occorre scindere la competenza linguistica dalle altre competenze, come del resto avviene in ogni altra parte del mondo. La barriera linguistica viene risolta tramite l’utilizzo di un interprete (o mediatore linguistico): abbiamo visto in precedenza come tale figura ha le competenze per “interpretare” e “fare da ponte” linguistico tra le parti, includendo in questo anche le differenze culturali: il suo ruolo è comunque di terzietà tra le parti e non svolge azioni in autonomia, è facilmente identificabile, valutabile e misurabile.
  • Assegnare la mediazione linguistica all’esterno ed internalizzare la mediazione cultuale. Scindendo e distinguendo tra la funzione “linguistica” e “culturale”, la mediazione linguistica può essere assegnata ad interpreti esterni, chiamati allo scopo. Le funzioni di “mediazione culturale”, per le loro caratteristiche e peculiarità legate ai diversi ambiti operativi, devono invece essere gestite da personale interno, operante stabilmente con tali ruoli e funzioni, in quanto deve essere in grado di conoscere con adeguatezza tutti i diversi ambiti operativi dell’organizzazione. L’eliminazione dal suo profilo la componente linguistica consente numerosi vantaggi: è ad esempio possibile avere un unico mediatore culturale che serve una molteplicità di utenti, parlanti lingue differenti, definisce un profilo più “gestibile” dal punto di vista valutativo, mentre la stabilità del suo ruolo interno consente di formarlo adeguatamente in merito alle specifiche competenze richieste dall’organizzazione in cui opera
  • Scindere ulteriormente, per quanto possibile, le competenze “operative” da quelle “culturali”. All’interno delle amministrazioni pubbliche già operano stabilmente operatori addetti ai cosiddetti servizi sociali: psicologi, formatori, orientatori, insegnanti ed anche operatori addetti ai servizi di sportello o agli incontri con il pubblico, forniti delle adeguate competenze per gestire situazioni di accompagnamento, inserimento, couseling, risoluzione dei conflitti, etc. Come visto in precedenza, l’utilizzo del solo interprete deve in molti casi metterli in condizione di svolgere i loro compiti anche in presenza di uno straniero con limitata comprensione della lingua. Qualora ciò sia possibile, questo comporta una ulteriore riduzione e focalizzazione delle funzioni e dell’intervento del mediatore culturale. Spesso e volentieri abbiamo assistito a mediatori culturali a cui veniva assegnata la gestione di casi in cui non avevano le adeguate competenze per affrontarli, per semplice ignavia o mancanza di voglia di seguire uno straniero da parte dell’operatore preposto.

Tante altre sono le questioni aperte, come la maniera di gestione ed affidamento dei servizi linguistici da parte del Ministero degli Interni nelle Commissioni Territoriali dei migranti o da parte del Ministero di Grazia e Giustizia nei Tribunali, che andremo ad analizzare in dettaglio in altri articoli e documenti.

Le amministrazioni pubbliche italiane dovrebbero uscire da una gestione fatta in emergenza e dotarsi di un chiaro quadro normativo e metodologico per una corretta ed efficace gestione dei loro approvvigionamenti di servizi linguistici. Basterebbe seguire le best practices già applicate con successo in altri paesi come il Canada, gli Stati Uniti o l’Australia, in cui gli ambiti di intervento, i ruoli e le funzioni degli operatori e le relative procedure di acquisizione e gestione sono state da tempo normalizzate e vengono condotte secondo i comuni criteri di trasparenza, chiarezza e competitività.

L’intero team di lavoro di Ablio, società specializzata in servizi di interpretariato telefonico, collabora su più fronti con l’intera comunità dei fornitori di servizi linguistici, le associazioni di categoria come Unilingue e le pubbliche istituzioni per dare forma e risposta alle tante questioni aperte, con l’impegno e l’auspicio affinché il sistema paese si doti di servizi linguistici all’altezza dei migliori standard, con un utilizzo più oculato della spesa pubblica ed una miglior qualità di vita per tutti i beneficiari.

 

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